Toti Carpentieri: Quel segno verde all’orizzonte. Note al manifesto del Sorrento Meeting 2012

MANIFESTO bozza ultimaSorrento si conferma luogo deputato allo studio dell’economia e alla riflessione sui suoi molteplici aspetti, e lo fa, riproponendo le due giornate d’incontro che a luglio dello scorso anno seppero richiamare sguardi ed interventi interessati, e replicando quell’incontro con l’arte, che vuole essere un’altra delle singolarità del Meeting promosso e organizzato dall’Osservatorio Banche Imprese.
Sollecitando, dopo i “nodi gordiani” di Mimmo Paladino, l’artista bosniaca Helena Klakocar, a guardare ai Mezzogiorni d’Europa espandendo lo sguardo sul Mediterraneo, e prendendo, altresì, atto della bufera che in questo momento ci sta coinvolgendo tutti secondo modalità crescenti e perfino esponenziali, tra timori e paure sempre più forti. Ma, con quella positività che è propria dei giovani e delle donne, da intendersi quali novelli argonauti.
Ne è venuta fuori un’immagine, in linea con la creatività dell’artista quanto mai legata al disegno, alla narrazione e quindi al linguaggio del fumetto (arte sequenziale, secondo Will Eisner) , ma anche con la sua stessa vita, tempestosa in parte al pari della bufera, in quel muoversi vissuto tra “le onde che mugghiano e si accavallano in vicinanza, ma non si vedono e non si possono udire”, come scrive Predrag Matvejevic in “Mare inquieto Adriatico”, la storia per immagini della Klakocar il cui testo è ispirato alla fiaba “Pozrtvovni zec” di M.E. Saltikov-Scedrin.
In quella fluidità intangibile e mossa, che mescola il mare e il cielo, le nere sagome dei catamarani disegnate dalla giovane di Tuzla, nel gioco della memoria personale, appaiono quali rostri aggressivi che forano la fitta nebbia che domina il mondo, ma anche “i denti del drago” seminati da Giasone vincitore nel Campo di Marte, e perfino gli artigli del mostro dalle mille spire -figlio di Tifone- posto a guardia del vello d’oro, incantato e irretito dalle magie e dai filtri di Medea, la vergine nipote di Circe che sembra sorgere dalla solidità della terra disegnata da filiformi tratti di verde, quella stessa a cui guarda con speranza l’impasto di figure fuligginose che chiude l’angolo basso del lato destro dell’opera, e confondersi in essa. Nel segno della vagheggiata bonaccia e della raggiunta stabilità.